
Perché le persone si licenziano?: «Si vive una volta sola!»
3 ott 2026 · @Ettore
Una risposta di Domenico De Masi, e quello che si chiede a chi guida altre persone
Pochi giorni fà ho sentito Giulio Gambino, direttore di The Post Internazionale, ricordare la risposta che Domenico De Masi diede a una domanda che in questi anni ci siamo fatti in molti: perché le persone si licenziano così tanto. Gambino ha conosciuto da vicino il noto sociologo del lavoro (professore emerito alla Sapienza, scomparso nel settembre 2023), con il quale ha trascorso un anno e mezzo di conversazioni nella casa romana del professore, poi raccolte in un libro, Conversazioni sul futuro. La domanda, come spesso accade, anticipava, senza volerlo, le risposte scontate che ci si aspettava: gli stipendi fermi, il lavoro da remoto concesso e poi ritirato, i capi che non ascoltano, i carichi che crescono, la pandemia….. De Masi rispose: «Perché si vive una volta sola !».
Uno dei più grandi scienziati nella sociolagia del lavoro diede una risposta come la si potrebbe dare al bar o fra un gruppo di amici !
Scrivo queste righe perché quella risposta, secca e disarmante, mi ha colpito e perché credo che chiami in causa i leader e chi guida altre persone più ancora che le aziende. Come al solito non ho ricette ma ho una certa esperienza ed oggi lavoro con persone che stanno decidendo se restare o andarsene, e da entrambe le posizioni quella frase si legge diversamente da come suona.
Una risposta senza contropartita
Quella risposta disarma perché sposta la domanda dal lavoro alla vita di cui il lavoro fa parte, e su quel terreno nessuna politica di retention può presentare una controfferta: si può alzare uno stipendio, concedere un giorno in più da remoto, ridisegnare un percorso di carriera, ma non si può negoziare con il tempo che finisce.

Il rischio semmai è sentirla come uno slogan, perché la stessa espressione circola purtroppo da qualche anno come etichetta generazionale (la cosiddetta generazione Yolo, dall’acronimo inglese di you only live once) e si porta dietro un’idea di consumo dell’istante che con De Masi ha poco a che fare perchè lui per decenni ha scritto di ozio creativo, di diritto alla felicità e di una vita che non coincide con il lavoro. Quella risposta non è un invito a godersela ma la sintesi di un pensiero.
Quello che la frase rivela, mi pare, è che il patto implicito su cui molte organizzazioni si sono rette a lungo (sacrifichi oggi e avrai domani) ha perso credibilità, perché quel domani non è più una previsione su cui le persone siano disposte a scommettere anni della propria vita. E rivela anche un’altra cosa: una frase che circola nell’aria diventa una lettera di dimissioni ed entra nella vita di una persona specifica solo quando quella persona le attribuisce un significato tutto suo.
Perché le persone si licenziano quindi ? !
Personalmente penso che le persone non reagiscono ai fatti in quanto tali ma al modo in cui li leggono, e a ciò che da quella lettura si aspettano: la stessa riorganizzazione o la stessa promozione mancata possono essere per uno un incidente di percorso e per un altro la prova che lì non c’è futuro. Così anche «si vive una volta sola» non dice nulla finché non si capisce rispetto a che cosa lo si dice, perché il senso di un’affermazione sta anche in ciò che esclude.
Varie Ipotesi:
Per una persona vuol dire «e non voglio viverla per conto di qualcun altro», per un’altra «e non voglio rimandarla alla pensione», per una terza «e non voglio passarla ad avere paura»: tre decisioni diverse che si presentano con le stesse parole (la prima riguarda l’autonomia, la seconda il tempo, la terza la paura), e chi volesse trattenere quelle tre persone con la stessa proposta sbaglierebbe con tutte e tre.
C’è poi un secondo aspetto che le spiegazioni correnti tendono a perdere. Chi si dimette viene quasi sempre descritto come qualcuno che fugge da qualcosa (un capo, un clima, una retribuzione), mentre nella mia esperienza è più spesso qualcuno che anticipa qualcosa: sceglie la direzione in cui intravede la possibilità di diventare più di quello che è, e lo fa quando restare il restare gli offre soltanto la conferma di ciò che è già. In questo senso una lettera di dimissioni somiglia più a un esperimento che a una fuga, perché mette alla prova una versione di sé che dentro quel lavoro non trovava spazio; accade soprattutto ai giovani, per i quali il tempo davanti sembra insieme lungo e da non sprecare.
C’è infine un terzo aspetto, il più silenzioso. A volte si lascia un lavoro non perché sia faticoso o mal pagato, ma perché restare significherebbe diventare qualcuno in cui non ci si riconosce più: una persona che firma cose in cui non crede, che ha smesso di imparare, che ha rinunciato a qualcosa di sé per essere un professionista adeguato. Chi se ne va per questa ragione raramente lo dice in un colloquio di uscita, perché è difficile da spiegare e facile da fraintendere.https://www.ettoredelborrello.it/perche-scegliamo-il-lavoro/
Perché le aziende rispondono alla domanda sbagliata
Di fronte alle cosiddette grandi dimissioni le aziende hanno reagito per lo più con il repertorio che conoscevano: benefit, welfare, piani di carriera, premi di permanenza, indagini sul clima. Non lo hanno fatto per cinismo, e lo dico essendo stato per molti anni da quella parte del tavolo: quegli strumenti nascono da un’idea di ciò che motiva le persone che ha funzionato a lungo, e quando un’idea ha funzionato a lungo è naturale continuare ad applicarla anche dopo che i fatti hanno cominciato a smentirla.
Il limite, però, non sta negli strumenti ma nel livello a cui operano. Una politica aziendale parla per definizione alla media, mentre nessuna dimissione è nella media: ciascuna nasce dal modo in cui una persona precisa sta leggendo la propria vita in quel momento, e quel modo non compare in nessun cruscotto di indicatori. Un’organizzazione può cambiare le regole, ma soltanto una persona può capire come un’altra persona costruisce il senso di ciò che fa.
La responsabilità del leader non si delega
C’è un modo comodo di leggere le dimissioni volontarie, ed è attribuirle a forze più grandi di noi (il mercato del lavoro, la generazione, la pandemia, le politiche del personale), spiegazioni vere in parte che però dispensano chi guida dall’unica domanda che dipende da lui soltanto: che cosa rende possibile e che cosa invece ostacola nella vita di chi lavora con lui. Quella domanda non si delega a un piano di welfare né a un’indagine sul clima, e comincia dal modo in cui il leader legge lui stesso le dimissioni, perché ad esempio chi le vive come un tradimento smette di capirle.

Che cosa può fare ogni leader
La prima cosa è chiedere «rispetto a cosa?» prima che la lettera di dimissioni venga presentata non dopo, perché altrimenti il colloquio che arriva a decisione presa somiglia più a un’autopsia che a una conversazione. Le domande utili riguardano la direzione più che la performance (che cosa vuol dire per te fare bene questo lavoro, chi ti sembra di stare diventando qui) e servono a capire in quale lingua quella persona legge la propria situazione.
La seconda è aiutare ad allargare le alternative, perché molte dimissioni sembrano l’unica strada solo in quanto la situazione viene raccontata con due soli poli, resto e mi spengo oppure me ne vado e vivo, mentre le possibilità sono spesso di più: un ruolo da ridisegnare, un progetto che cambia il peso delle giornate, un’altra funzione, e qualche volta un’uscita preparata insieme invece che subita.
La terza è accettare che talvolta la scelta migliore sia davvero andarsene, e accompagnarla: se invece la comprensione diventa una tecnica per trattenere i collaboratori si ricade nel vecchio patto con strumenti più raffinati, e le persone se ne accorgono presto.

Una domanda da restituire
Rileggendo la risposta di De Masi a distanza di tempo, non mi pare una minaccia per le aziende ma una domanda che ogni leader dovrebbe rivolgere a se stesso prima ancora che ai collaboratori, perché anche il leader, tutti noi viviamo una volta sola, e perché una parte non piccola della vita delle persone che un leader guida passa, ogni giorno, attraverso le sue scelte. Chi volesse cominciare da lunedì potrebbe farlo con una sola persona del proprio gruppo, chiedendole senza fretta che cosa vorrebbe che il suo lavoro le permettesse di diventare, e ascoltando la risposta senza preparare già la controfferta.