Anestesia emotiva: la chiamiamo professionalità

“Una morte è una tragedia, un milione di morti una statistica” questa frase attribuita a Stalin mi è venuta in mente stamattina quando ho letto di un barcone affondato nel Mediterraneo, di bambini uccisi sotto le macerie di un palazzo che i bombardamenti avevano già colpito, di un partito apertamente razzista che in un altro angolo d’Europa ha appena vinto un’elezione locale con il miglior risultato della sua storia. Un’ora dopo ero in una call, a parlare di forecast e di pipeline, con la stessa voce ferma di sempre. In questo caso non abbiamo fatto altro che anestetizzare le nostre emozioni
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Quel passaggio, quella specie di cambio di canale senza soluzione di continuità, la chiamiamo professionalità, e per anni l’ho considerata una competenza anch’io. Ora penso che fosse, più semplicemente, la mia versione di un’anestesia emotiva alle notizie che quasi nessuno, la mattina, si prende il tempo di guardare per intero.
Che cos’è l’anestesia emotiva alle notizie
Il meccanismo, quando lo si osserva da vicino, è più interessante della semplice rimozione. Non è che smettiamo di sentire quello che leggiamo la mattina: è che, riga dopo riga, impariamo a leggerlo in un modo che non ci chieda nulla. Un barcone affondato diventa una notizia tra le altre. Un bambino sotto le macerie diventa un numero in un bilancio di vittime. Non perché siamo cinici, ma perché abbiamo trovato, senza deciderlo davvero, un modo di raccontarci quei fatti che li rende sopportabili proprio togliendogli peso.
Lo psicologo Paul Slovic ha dedicato anni a questo meccanismo: in uno degli esperimenti nati da questa linea di ricerca, le persone donavano di più vedendo la foto di una sola bambina in difficoltà, e donavano meno non appena, accanto a lei, compariva anche un secondo bambino. Non perché fossero diventate più insensibili nel giro di uno scatto, ma perché il numero, già a due, aveva cominciato a spostare l’attenzione dalla persona alla statistica. È una lettura, non un’anestesia totale, ed è proprio per questo che si può cambiare.

Nominare il disagio non basta
Qui è dove, da coach, mi interessa entrare, perché è il punto in cui si decide tutto il resto. Quell’anestesia emotiva alle notizie, il disagio che sentiamo nel passaggio dalla notizia alla call, non ha bisogno solo di essere nominato (dirsi “sì, mi disturba” è un primo passo, ma da solo rischia di restare un gesto consolatorio, quasi un modo elegante per continuare esattamente come prima). Ha bisogno di essere guardato in faccia nel momento esatto in cui nasce: cosa mi sto dicendo, adesso, che mi permette di passare oltre così in fretta?
Per molti di noi la risposta, se siamo onesti, è qualcosa come “se mi fermo a sentirlo, non sto facendo il mio lavoro”, oppure “sentirlo non cambia nulla, quindi è inutile”. Sono frasi che ci diciamo così velocemente da non accorgerci nemmeno di averle pronunciate, eppure sono loro, non i fatti in sé, a decidere quanto peso quei fatti avranno su di noi.
Professionale rispetto a cosa?
C’è un modo di guardare quelle frasi che trovo particolarmente utile, e consiste nel chiedersi da quale contrasto prendono il loro significato. Ogni parola con cui descriviamo il nostro modo di lavorare vive in coppia con un’altra, spesso non detta: dire di qualcuno che è professionale vuol dire, implicitamente, che non è qualcos’altro, e il valore della parola dipende interamente da quale sia l’altro polo. Se chiedo a un manager professionale rispetto a cosa, qual sarebbe il suo contrario, la risposta più frequente (quando arriva, perché di solito prima c’è un silenzio) è qualcosa come emotivo, distratto, poco affidabile, uno che perde focus . A quel punto la scelta è già fatta in partenza, perché nessuno vuole stare dalla parte di chi si fa trascinare, e sentire diventa automaticamente la strada verso quel polo.
Ma quel contrasto è una costruzione, non una legge: lo abbiamo imparato in qualche ufficio, da qualche capo, in qualche momento in cui ci è servito, e ha funzionato abbastanza bene da diventare invisibile. Se provo a cambiare l’altro polo, e al posto di emotivo metto anestetizzato (o assente, o ridotto alla propria funzione), la stessa parola cambia significato: professionale diventa chi riesce a restare competente senza spegnersi, e la scelta che sembrava obbligata smette di esserlo. Nulla è cambiato nei fatti di stamattina, è cambiato il modo in cui li collochiamo dentro il nostro modo di lavorare, e con esso ciò che ci sembra possibile fare dopo. Lo stesso esercizio si può fare con altre parole che usiamo di continuo, come efficace, responsabile, concreto, chiedendosi ogni volta da quale polo opposto ricevono la loro forza.
Smontare la frase e costruirne un’altra
Ed è lì che si apre lo spazio per fare qualcosa di diverso da nominare e basta: si può smontare quella frase (se mi fermo a sentirlo non sto lavorando) e chiedersi se sia davvero vera, o se sia solo l’unica che ci siamo lasciati a disposizione. Si può, con un po’ di esercizio, sostituirla con una frase diversa, altrettanto credibile ma che non ci obblighi a scegliere tra essere efficaci ed essere umani: posso fare il mio lavoro, e farlo bene, proprio perché resto capace di sentire cosa succede intorno a me, non nonostante questo. Non è un trucco linguistico. È il punto esatto in cui il disagio smette di essere qualcosa che subiamo e diventa qualcosa che attraversiamo, per uscirne dall’altra parte ancora interi.
Mettere alla prova la frase
Una frase come “se mi fermo a sentirlo non sto lavorando” è anche una previsione, perché dice cosa succederà se facciamo una certa cosa, e le previsioni si possono verificare. La prossima volta che il disagio si presenta tra la lettura della mattina e la prima riunione, si può concedere trenta secondi e osservare cosa accade davvero: la riunione salta, la voce perde fermezza, l’attenzione cala?
Molto spesso la risposta è che non succede quasi nulla di ciò che si temeva, e che l’unica cosa cambiata è che per un momento si è stati presenti a quello che si stava leggendo. Conviene ripetere la prova in giorni diversi, perché una sola osservazione convince poco, mentre la stessa osservazione ripetuta comincia a raccontare qualcosa di stabile su come funzioniamo davvero. Una previsione che non si realizza non si cancella da sola, ma perde forza, e a quel punto la frase di ricambio smette di essere un esercizio e diventa qualcosa su cui si può fare affidamento.
Restare vivi senza smettere di lavorare
Non sto proponendo di trasformare ogni riunione in un dibattito etico su guerre e ingiustizie: sarebbe tanto sterile quanto ignorarle del tutto, oltre che, probabilmente, un po’ presuntuoso da parte di chi, come me, passa le sue giornate a parlare di margini e non di diplomazia internazionale. Sto parlando di qualcosa di più piccolo e più esigente, che riguarda cosa facciamo con noi stessi prima ancora di tornare al lavoro: fermarsi abbastanza a lungo da vedere la frase che ci stiamo dicendo, e scegliere, con lucidità, se tenerla o sostituirla.
Non credo che questo ci renda manager migliori, anche se sospetto di sì (ma non è questo il punto, e se lo trasformiamo in un argomento di performance abbiamo già perso quello che contava davvero). Ci tiene vivi. Ci impedisce di diventare, una frase evitata alla volta e senza nemmeno accorgercene, persone con cui non staremmo bene a stare, se ci guardassimo con onestà.
Conosco persone che hanno smesso del tutto di leggere le notizie al mattino, non per indifferenza ma per proteggersi da un disagio che non sapevano più dove mettere. Le capisco, e non le giudico. Ma sospetto che quella protezione, alla lunga, costi più del disagio stesso, perché un disagio attraversato resta tuo, resta qualcosa su cui puoi ancora decidere, mentre un disagio evitato non sparisce: comincia semplicemente a decidere lui, sottotraccia, senza chiedere il permesso.

Rallentare abbastanza da accorgersene
La cosa giusta credo sia quasi sempre la stessa: aiutare a rallentare abbastanza da sentire la frase automatica prima che faccia il suo effetto, e poi lavorarci insieme finché non ne emerge una più vera, o almeno più abitabile. Non è complicato da spiegare. È complicato da fare da soli, proprio perché la frase automatica è progettata, in un certo senso, per non farsi notare.
Mi chiedo, a chi legge se riconosce qualcosa di simile: l’ultima volta che vi siete accorti della frase che vi state dicendo, prima ancora di scegliere se crederci, quando è stato?