Le Qualità di un Coach
DIAMINE…….QUELLO SÌ CHE È UN BRAVO COACH !! Spesso capita di imbattersi in un’affermazione come questa, riferita a qualcuno che gode di un’ottima considerazione e viene universalmente etichettato come un coach di qualita’, dotato di skills autentiche. Generalmente, queste valutazioni dipendono da un potente principio di conformità: quando una persona inizia a essere considerata un’autorità in un campo, molti altri tendono ad allinearsi al giudizio collettivo, rinforzandolo in un circolo virtuoso (o a volte vizioso) di consenso. Il mondo del coach non sfugge a questa regola.
EFFETTO BAND WAGON
È un fenomeno che gli esperti di marketing e comunicazione pubblicitaria conoscono molto bene (il c.d. “effetto bandwagon”) e che nelle neuroscienze ha a che fare sia con il circuito della ricompensa – dove la dopamina, il neurotrasmettitore del piacere e della gratificazione, viene rilasciata non solo per premi diretti, ma anche quando ci sentiamo accettati e validati dal gruppo, o quando facciamo una scelta che percepiamo come vincente e socialmente condivisa – sia con l’azione dei neuroni specchio. Questi ultimi entrano in gioco quando osserviamo altre persone che apprezzano qualcosa: nel vedere qualcuno sorridere, acquistare un servizio o lodare ad esempio un coach, i nostri neuroni “simulano” internamente quell’esperienza positiva, predisponendoci all’approvazione.
Ma allora, cosa rivela di noi quando esprimiamo un giudizio positivo su un coach e lo consideriamo veramente bravo capace e di qualità ?
La domanda non è né facile né banale. Ridotta all’essenza, diventa: quando possiamo dire, in tutta onestà, che un coach è davvero un bravo coach?
Le qualità di un coach generalmente riconosciute ovvero “i costrutti salienti”
Per rispondere proviamo quindi a immaginare quali siano i costrutti salienti che portano spesso a questa valutazione. Emergono elementi come il costrutto del:
- cambiamento e/o miglioramento (l’efficienza e il risultato tangibile);
- della comprensione (la capacità empatica di mettersi nei panni dell’altro);
- del conforto (l’umanità, la capacità di creare uno spazio sicuro e non giudicante);
- del carisma (una forma di leadership emotiva, la capacità di ispirare e suscitare emozioni positive e motivazione);
- delle tecniche (la conoscenza e la padronanza pratica dei modelli di coaching);
- del successo del coach stesso (il riconoscimento esterno, sia in termini di reputazione intellettuale che di risultati commerciali);
- …e chissà quanti altri ancora.
Se ci pensiamo, un giudizio positivo espresso da un coach su un collega, o da un coachee (o potenziale tale) sul proprio coach, è un’indicazione rivelatrice della personale idea di cosa il coaching dovrebbe essere. Ci parla sia da un punto di vista di operatori che di fruitori. In poche parole, ci svela ciò che vorremmo dare o desideriamo ricevere da un percorso di coaching, sia a livello personale che nella sua percezione pubblica. Questo vale sia che si parli di executive coaching, di leadership femminile che di coaching per giovani, lavoratori o neolaureati che muovono i primi passi.
Qualcosa di personale in questo blog…!
Rispondere alla domanda “a cosa guardo per farmi un’idea se sono di fronte ad un bravo coach?” dice molto della nostra idea di coaching, di quello che vorremmo essere capaci di dare e di quello che il nostro personale circuito della ricompensa neurale desidera ricevere da quello che facciamo. Vale un po’ per tutti i mestieri e per molte scelte, ma qui, oggi, desidero parlare del coaching.
Quindi, cosa guardo io quando mi faccio un’idea su un coach per definirlo ?
Essenzialmente tre cose, che per me sono colonne portanti:
- La capacità affettiva.
- La sua cultura, intesa come l’essere una persona che ha conoscenza.
- Un rapporto sobrio con il denaro.
1. La capacità affettiva
Un coach di qualità per me lavora sulla relazione, non è un medico o un commercialista che applica protocolli standardizzati. Deve piuttosto saper attingere ad un insieme di caratteristiche profondamente umane. Queste sono fatte di capacità di ascolto autentico, astensione dal giudizio e, principalmente, dalla capacità di volere bene – o meglio, dal desiderio genuino di volere il bene della persona che si è affidata a lui.

Per chiarezza: qui non mi riferisco al concetto — talvolta abusato — di empatia, intesa come condivisione e risonanza con l’esperienza emotiva dell’altro. Parlo invece di una forma più intenzionale di affettività, spesso definita compassione o “caring capacity”: non solo sentire ciò che l’altro prova, ma volere autenticamente il suo bene.Si tratta di due dimensioni profondamente diverse, come mostrano vari studi neuroscientifici, che distinguono nettamente la semplice risonanza emotiva dalla motivazione rivolta al bene dell’altro. I concetti sono veramente diversi https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0960982214007702?utm_source=chatgpt.com e non vanno confusi
Sono consapevole di star dicendo una cosa forse “disruptive” eppure, questo aspetto rappresenta, a mio avviso, rappresenta il talento principale. Ed è proprio un talento, perché in effetti non è qualcosa che si impara facilmente in nessuna scuola di coaching. E’ un talento che può essere connesso alle nostre esperienze più remote , alla nostra storia personale, alla nostra personalità ed è radicato anche nella capacità di saper voler bene a noi stessi. Per queste ragioni richiede una maturità emotiva, forgiatasi vivendo e attraversando gli alti e i bassi della vita. È il cuore di una leadership di servizio efficace in qualsiasi percorso di coaching.
Non è, tuttavia, solo un talento innato. È anche una scelta consapevole e quotidiana: la scelta di porsi deliberatamente in una prospettiva di affetto positivo verso il coachee, di volere autenticamente il suo bene e di creare una tensione genuina verso il suo benessere. Per me, questa è la qualità principale di un coach. È quella che spero di avere, quella che cerco di dare e, non da ultimo, quella che ho desiderato ricevere quando sono stato coachee.
2. La capacità culturale
Può sembrare un concetto apparentemente generico, ma per me un coach di qualità deve essere dotato di un significativo bagaglio culturale. Non si tratta solo di padroneggiare cento modelli di coaching o mille “domande potenti”. La competenza tecnica del coaching è importante ma un coach capace ha una conoscenza ampia, legge molto, studia con costanza, ascolta con voracità e ha un desiderio insaziabile di crescere intellettualmente.

In concreto, questo significa rifiutare le vie abbreviate della formazione fatta di “corsi e corsetti” che, come si suol dire, “fanno effetto ma non impegnano”. Per dirla con Italo Calvino nelle Lezioni Americane, la fatica della conoscenza richiede “uno sforzo di precisione e concentrazione, un lavoro contro la pigrizia, contro l’approssimazione, contro la dispersione. Impegno necessario per dare ordine alla complessità e studio come lavoro costante di attenzione e, allo stesso tempo, di leggerezza“. Calvino ci ricordava che “si studia non per sapere di più, ma per sapere diversamente”. Per quanto mi riguarda sento di essere ancora lontano dal traguardo. Nonostante tutta la mia formazione, percepisco di sapere ancora pochissimo di ciò che, in cuor mio, ambirei a conoscere e a portare nella relazione di coaching sia che mi trovi di fronte a un CEO sia ad un neolaureato alle prime armi.
3. La sobrietà con il denaro
Essere coach è, al tempo stesso, sia un lavoro che un “non-lavoro”. È una professione ibrida, che per tutto ciò che ho cercato di dire in precedenza – la dimensione affettiva, il desiderio di conoscenza – è anche una profonda passione. Proprio per questa sua natura, il denaro, che pure è un elemento necessario e legittimo, richiede in questo campo equilibrio personale ed autocontrollo.

Un coach , per essere di qualità, credibile ed efficace, deve essere, prima di tutto, una persona libera. Libera di riflettere sul senso profondo di ciò che fa, sul valore reale che offre al cliente, ma anche libera dall’equazione semplicistica che vorrebbe quel valore meccanicamente correlato alla sua tariffa oraria. Siamo pervasi da una cultura che misura il valore di qualsiasi cosa in base al suo prezzo, arrivando al paradosso per cui è il costo o il prezzo a “dimostrare” il valore di un bene o servizio.
Non ho nulla contro la cultura capitalista e l’imprenditorialità; ci ho sguazzato per decenni. Ma credo fermamente che un bravo coach debba saper navigare queste acque restando, in qualche modo, libero da questa logica puramente mercantile. Deve saper trovare un punto di equilibrio tra il giusto compenso per un professionista serio e la consapevolezza che il vero valore del percorso sta in qualcosa di intangibile e profondamente umano e che i soldi possono rappresentare relativamente. Questo principio è cruciale, sia che si pratichi un executive coaching ad alto livello che un coaching per giovani lavoratori e neolaureati, dove l’accessibilità economica può essere un vero facilitatore di opportunità. Anche su questo, come coach spero di esserne capace.
