Perché scegliamo il lavoro che facciamo? Una teoria che ci aiuta a capire le nostre decisioni
Ti sei mai chiesto perché hai scelto proprio quel corso di studi o quel lavoro? È stata una passione che è nata all’improvviso, un consiglio ricevuto da qualcuno di fidato o la ricerca di un impiego sicuro? O magari un mix di tutte queste cose.
Le decisioni professionali raramente sono lineari. Spesso sono il risultato di intrecci complessi tra convinzioni personali, esperienze vissute e il contesto in cui cresciamo.
Per mettere ordine in questo mosaico esiste un modello psicologico, la Teoria Sociale Cognitiva della Carriera, che prova a spiegare come nascono i nostri interessi, come prendiamo decisioni e cosa ci aiuta a raggiungere i risultati che desideriamo.
Cercheremo di raccontarla in modo semplice, con esempi concreti, così da offrirti qualche strumento in più per leggere il tuo percorso e, forse, orientare meglio le scelte future. Continua a leggere.
I tre pilastri: autoefficacia, aspettative e obiettivi
Immagina di voler costruire una casa. Senza mattoni solidi non si va lontano. Allo stesso modo, secondo questa teoria le nostre carriere si fondano su tre elementi psicologici essenziali: autoefficacia, aspettative e obiettivi.
#1 – Autoefficacia: “Ce la posso fare?”
Questo è il punto di partenza. L’autoefficacia non è la semplice autostima, ma la fiducia specifica nelle nostre capacità di affrontare un compito concreto. Non riguarda il “valgo o non valgo”, ma il “so gestire questa situazione?”.
Esempi:
- puoi sentirti molto sicuro quando si tratta di risolvere problemi tecnici o usare nuove tecnologie;
- ma allo stesso tempo provare incertezza di fronte a un discorso in pubblico o a una presentazione importante.
Questa fiducia non nasce dal nulla: cresce (o diminuisce) nel tempo, attraverso:
- Esperienze passate: ogni successo o insuccesso lascia un segno. Superare un esame difficile rafforza la fiducia nelle tue capacità in quell’ambito.
- Modelli di ruolo: vedere qualcuno simile a te riuscire in un’impresa ti fa pensare che anche tu potresti farcela.
- Persuasione sociale: incoraggiamenti e riconoscimenti da parte di insegnanti, colleghi o amici alimentano la convinzione di potercela fare.
- Stati emotivi: affrontare un compito con calma e concentrazione aumenta la fiducia, mentre ansia e stress la minano.

#2 – Aspettative: “Ne vale la pena?”
Avere fiducia nelle proprie capacità non basta. Occorre anche credere che l’impegno porterà risultati concreti e desiderabili. Sono le cosiddette aspettative di outcome, cioè la risposta alla domanda: “Se ci metto tutto me stesso, cosa ne ricaverò?”.
Le conseguenze possono essere:
- tangibili: stipendio, promozione, premio;
- sociali: rispetto, riconoscimento, approvazione;
- personali: soddisfazione, senso di realizzazione, orgoglio.
Perseguiremo una carriera solo se crediamo di avere le competenze per riuscire (autoefficacia) e se ci aspettiamo che il risultato abbia valore per noi.
#3 – Obiettivi: “Cosa voglio ottenere?”
Gli obiettivi sono il ponte tra ciò che sappiamo fare e ciò che speriamo di ottenere. Senza di essi, le buone intenzioni restano vaghe.
La teoria distingue due tipi di obiettivi:
- di scelta: per esempio “voglio diventare un graphic designer”;
- di performance: “voglio prendere 30 all’esame di progettazione”.
Avere un obiettivo chiaro ci permette di organizzare le energie, mantenere la motivazione nei momenti difficili e non arrenderci troppo presto.
Scegliamo il lavoro in base alla passione o al contesto?
Ma da dove arriva quel senso di entusiasmo verso certe attività e non altre? Secondo questa teoria, gli interessi non sono innati: si formano strada facendo.
- Esposizione: fin da piccoli siamo immersi in mille esperienze – dallo sport al disegno, dal gioco alla tecnologia.
- Feedback: se otteniamo buoni risultati o riceviamo incoraggiamenti, aumenta la fiducia in quell’ambito.
- Aspettative: ci convinciamo che dedicandoci a quella cosa potremmo ottenere soddisfazioni, riconoscimento o gratificazione.
Quando l’autoefficacia (“sono bravo in questo”) si combina con aspettative positive (“mi dà soddisfazione”), nasce l’interesse duraturo.

Dalla passione alla scelta
Avere un interesse è un buon punto di partenza, ma non basta. La scelta professionale avviene quando i nostri desideri si confrontano con la realtà.
Gli influssi ambientali giocano un ruolo decisivo:
- supporti: sostegno della famiglia, borse di studio, un docente che ti apre una porta, un mercato del lavoro favorevole;
- barriere: difficoltà economiche, pressioni familiari, settori saturi, pregiudizi culturali o di genere.
In teoria, sceglieremo liberamente ciò che ci appassiona. In pratica, spesso dobbiamo fare compromessi, guidati da:
- la percezione di ciò che sappiamo fare davvero (autoefficacia);
- le aspettative più pragmatiche (guadagno, stabilità, sicurezza);
- i valori della cultura di appartenenza (in alcuni contesti la famiglia ha un ruolo decisivo nelle scelte).
Come spieghiamo il successo e la perseveranza
Una volta intrapreso un percorso, perché alcune persone ottengono risultati migliori di altre, pur avendo capacità simili?
Qui tornano in gioco i tre mattoncini. Il talento e le competenze contano, ma da soli non bastano. Ciò che fa la differenza è la motivazione:
- chi ha un alto senso di autoefficacia si pone obiettivi più ambiziosi;
- organizza meglio tempo ed energie;
- insiste anche di fronte alle difficoltà.
Ciò spiega come, a parità di capacità, alcuni arrivano più lontano. Naturalmente, serve equilibrio: una fiducia eccessiva e irrealistica può portare a sopravvalutarsi e fallire. La fiducia più utile è quella che supera di poco le nostre capacità attuali, spingendoci a crescere senza perdere contatto con la realtà.

Cosa possiamo fare nella pratica
La Teoria Sociale Cognitiva della Carriera non è solo teoria accademica: può diventare una bussola utile in diversi momenti della vita.
- Se stai scegliendo il tuo futuro: chiediti in quali attività ti senti davvero competente, cosa ti aspetti di ottenere, quali sono i tuoi interessi autentici e quali ostacoli o supporti hai intorno a te.
- Se sei già nel mondo del lavoro: usa questo schema per capire le tue insoddisfazioni. Ti mancano fiducia e competenze? Le tue aspettative sono state deluse? O magari ti servono obiettivi più chiari? A volte basta un corso di formazione, altre volte è utile cercare un contesto professionale più in linea con ciò che desideri.
Le nostre carriere non sono scritte in anticipo né decise dal caso.
Sono il risultato di un dialogo continuo tra ciò che pensiamo di noi stessi (autoefficacia), ciò che ci aspettiamo dal mondo (outcome), ciò che vogliamo ottenere (obiettivi) e il contesto in cui viviamo (supporti e barriere).
Capire meglio questi meccanismi significa avere più strumenti per orientarci e, soprattutto, per fare scelte che assomigliano davvero a noi.
In questo percorso, un percorso di coaching narrativo nel senso di David B. Drake (Narrative Coaching: Bringing Our New Stories to Life, 2018) può essere di grande aiuto.
Raccontare la propria storia professionale permette di dare un filo logico a esperienze che spesso percepiamo frammentate.
Attraverso il dialogo con il coach, ciò che sembrava casuale o confuso trova un senso nuovo: successi, difficoltà e scelte diventano parte di una trama più chiara, capace di indicare direzioni future.
Si tratta di imparare a rileggere la propria esperienza e a costruire narrazioni più autentiche e generative.
In questo modo, il coaching narrativo aiuta a trasformare le scelte di carriera da decisioni subite a decisioni consapevoli, radicate nella propria identità e aperte al futuro.
Vuoi approfondire questi temi? Prenota una sessione esplorativa gratuita: uno spazio di ascolto e confronto per capire se il mio accompagnamento può essere il passo giusto per te, nel rispetto reciproco e con la massima trasparenza.
